Serve sdegno in questa fase di cambiamenti radicali imposti, che strappano i desideri ed anche i rapporti.
Per dare un senso all’8 Marzo, avevi condiviso la data con le scienziate italiane, ingegnere aeronautiche e astrofisiche, riunite nel convegno di due giorni in Veneto, «Donne fra le stelle». Avevi goduto dello sguardo spalancato sull’immensità delle galassie, ammirata dal genio delle donne, ancora irragionevolmente misconosciuto. Ne avevi condiviso l’umiltà, nella consapevolezza dell’infinitamente piccolo della nostra terra, condannata all’epilogo per i cambiamenti climatici, che non si vogliono governare e per tutti gli altri, che si pretendono invece di decidere senza una visione. Ti risvegli invece nell’avvio di un nuovo giorno, preceduto dalla notte americana (in base al fuso orario) notte oramai di angoscia per noi, segnata dalla prepotenza degli uomini. E dalla guerra.
Come tanti, ti ritrovi costretta a vivere i sentimenti di infelicità, di avvilimento, ma anche di rabbia e di disgusto in conseguenza del comportamento euforico (nel senso che procura benessere a chi lo attua) del temporaneo inquilino della Casa Bianca, dei suoi accoliti, ma anche dell’oramai ex nemico, Vladimir Putin, euforico a sua volta nell’ultimo atto d’apocalisse sulla Ucraina.
I martellanti bombardamenti russi delle ultime ore, in assenza dell’ombrello aperto dalle notizie di intelligence, prima garantite ai generali del presidente Zelensky e poi oscurate, da un momento all’altro, dall’ennesimo ordine esecutivo di Trump, hanno avviato quell’agonia dolorosa che fa invocare la morte. Dopo tre anni di una guerra, necessitata dalla provocazione, benché prevedibile negli esiti e nonostante l’eroismo di un popolo, si annuncia la soluzione peggiore: la resa, definita pace dalla propaganda dei russi e dei loro neo-alleati americani, interessati solo a spartirsi le spoglie di un Paese europeo, ricco di risorse. Prospettiva deleteria per l’Europa e per la sua sicurezza.
Chi legge, ma anche chi scrive, considera i limiti di un’analisi indignata. Ma serve sdegno in questa fase di cambiamenti radicali imposti, che strappano i desideri ed anche i rapporti. Non si può evitare, tuttavia, di ragionare sui passi da compiere e sugli errori che li hanno propiziati. L’amministrazione americana porta avanti una politica senza politica, povera di cultura, ma che squarcia il velo dell’ipocrisia, proclamando il primato della forza. La forza dei maschi bianchi sulle donne, sulle diverse declinazioni dell’umanità, che schiaccia i deboli, che si nutre di razzismo. Almeno dagli anni ’90 ovvero dai tempi della Somalia, della guerra nei Balcani e poi dell’Iraq (all’elenco si aggiungono, fra gli altri, l’Africa, il Medioriente e l’Afghanistan) l’Europa dei principi e dei valori, nell’alveo del primato occidentale di marca euro-atlantica, ha chiuso un occhio ed anche l’altro sulla legittimità degli interventi militari e dei diritti dei popoli. Anche nella qualità di cittadini, siamo stati indulgenti nei confronti delle politiche egemoniche, così come delle violazioni del diritto internazionale umanitario, che si sono susseguite, ricorrendo alla compensazione delle operazioni sotto l’egida dell’Onu e agli aiuti elargiti, che solo in parte hanno attenuato il disordine creato. La crisi economica importata dagli Stati Uniti alla fine della prima decade del duemila, cui è seguita dieci anni dopo la pandemia che ha avallato i complottismi e i populismi a destra della destra ci hanno trovato pavidi e distratti. Il sogno dell’Europa nel suo disegno federale, smarrito nella burocrazia di Bruxelles, è stato osteggiato dallo stesso euro-atlantismo e ha subito la pressione sovranista dell’est. Ma l’Europa non è morta, come si ostina a ripetere la narrazione di chi vuole affossarla definitivamente. Oggi più che mai c’è bisogno di Europa e del pluralismo che essa porta con sé. Possiamo aggiungere: della bellezza, del diritto, della democrazia, della creatività. Si può contare sulla nuova Germania di Friedrich Merz, sull’asse rinnovato con la Gran Bretagna di Starmer, anche sulla Francia ambiziosa di Macron, sull’Italia che chiede alla Meloni di uscire da un’ambivalenza che è arrivata al bivio e su gli altri Paesi che hanno continuato a interpretare il proprio ruolo europeo. C’è la consapevolezza di una rifondazione senza rinvii e con nuove regole. Si è deciso di puntare sulla deterrenza militare che comporterà maggiori spese per la difesa, perché è necessario, benché l’aumento degli armamenti non sia mai un traguardo. Ma non può bastare. Se la tragedia Ucraina ci insegna che i confini non rimangono immutati nel mutare dell’ordine mondiale, mentre i Paesi baltici e balcanici cominciano a sentire la paura di possibili minacce, l’approdo ad un economia di guerra, che significa finalizzare le risorse soprattutto all’acquisto delle armi, non potrà essere l’unica strada. Lo impone il patrimonio europeo, che rimane unico nel suo genere. Nuove regole per la governance del territorio, dunque, nuovi strumenti finanziari per lo sviluppo e le transizioni energetiche e climatiche, magari un nuovo allargamento, che dilati lo spazio europeo. In questo difficile momento, sarà la magnifica sfida del presente per fare futuro?
Pubblicata su La Gazzetta del Mezzogiorno del 10 marzo 2025