La discussione pubblica sul riarmo e sulla nuova Europa, in una prospettiva federale, sognata a Ventotene dai dissidenti antifascisti guidati da Spinelli più di ottant’anni fa, è il tema del giorno nei Paesi dell’Unione.
Un tema, tuttavia, che divide, che esalta lo scollamento tra i popoli e chi li governa, che dà il senso della transizione, sicuramente energetica, climatica, digitale, ma soprattutto democratica e generazionale, in un tempo di opportunismi tecnologici e di crisi di rappresentanza.
Nell’accelerazione imposta dal nuovo corso americano di Trump, che lacera sogni e rapporti (da ricucire non appena sarà possibile, considerando tra l’altro che sono più di 100mila i militari americani presenti sul territorio europeo) si può discutere sulle vie da intraprendere per non essere travolti dal caos dell’attuale disordine mondiale, aggravato dalle guerre in corso e da altre minacce, ma la necessità di dare finalmente corpo a un soggetto politico pluralista come l’Europa, con una capacità di deterrenza militare, utile a mediare tra le polarizzazioni che si accentuano, dovrebbe essere condivisa. A cominciare da noi europei. Il sovranismo populista dilagato nel vecchio continente, la logora burocrazia di Bruxelles e il paternalismo americano non hanno solo minato quel processo di unione, avviato nel dopoguerra, che si basava sul diritto dei popoli, lo hanno svuotato di passione civile.
Hanno promosso la passività e pilotato il rigetto, nella falsa prospettiva di una tutela dei confini nazionali troppo stretti per garantire la sicurezza comune. La scelta del riarmo europeo, affrettato dalla consapevolezza di politiche imperialiste solo in apparenza di segno opposto, ad Est come ad Ovest, segna un risveglio brusco, dunque sgradevole, imponendo però protagonismo e chiarezza. Il pragmatismo anglosassone del premier Starmer, un avvocato laburista di modeste origini, che dopo le conseguenze negative della Brexit, torna ad avvicinare il suo Paese all’Europa, come l’interventismo del presidente Emmanuel Macron, invece banchiere, cui si dovrebbe affiancare a breve il neo-cancelliere Friedrich Merz, un ultra atlantista, militante conservatore di lungo corso, anche lui avvocato, deciso a rilanciare l’economia tedesca, stanno disegnando la leadership di cui gli Stati Uniti d’Europa avrebbero bisogno.
L’opposizione oramai scontata dell’autocrate ungherese filorusso Victor Orban, così come dei populismi di contorno negli altri Paesi, tra cui il nostro, rendono evidente il cambiamento di visione, che non può che passare da nuove regole e da nuove alleanze. A cominciare magari da un allargamento europeo nei Balcani, dove alla Slovenia ed alla Croazia, già parte dell’Unione, potrebbe aggiungersi quanto prima la Serbia, oramai in un equilibrio sempre più precario tra Occidente e Mosca, mentre la piazza immensa di Belgrado, sconvolta dall’aggressione all’Ucraina, urla in queste ore il suo dissenso contro il governo, aspettando un segnale dell’Europa.
Rimanendo in piazza, da Roma è arrivato un magnifico segnale. È stato un prodigio di entusiasmo spontaneo, nato dall’iniziativa di un singolo, Michele Serra, un intellettuale progressista -s ubito affiancato dai sindaci italiani, di grandi città e di piccoli comuni, sensibili ai sentimenti popolari - che si è rivolto ai singoli, sollecitando il diritto/dovere della cittadinanza. Un successo di partecipazione, che annichilisce la sterilità della rappresentanza politica, rafforzata negli ultimi anni, paradossalmente, dall’astensionismo. Gli «eletti dalle piazze vuote», perennemente in polemica sui social, che legittimano la libertà di offesa e di linguaggi d’odio a danno dei più deboli e dei nemici che non si sanno affrontare, impegnati in una politica di vantaggi particolari, sono rimasti assenti, consapevoli che sarebbero stati ignorati o peggio fischiati nel momento dei sentimenti comuni, espressi da una piazza. E molti altri pacifici cittadini avrebbero voluto riempire quello spazio, ristretto dalle ragioni della sicurezza pubblica.
La partecipazione è proseguita sui blog, a cena tra gli amici, davanti a un cinema, all’uscita di una chiesa. Sono tornati ad occuparsi di politica gli scoraggiati della politica, considerati quella massa informe, che diserta le urne e che invece con il proprio voto potrebbero cambiarne il corso. Era una piazza festosa e consapevole. Sguardi e voci, sotto una bandiera azzurra con le stelle, nella maturità di comprendere che sta finendo un’epoca e che serve prepararne un’altra, con l’emozione di pensarlo insieme. La stampa, solo parte, ha colto il senso di un sentimento, nel solco tracciato dal presidente Mattarella - l’unico che in questi tempi difficili far sentire la sua voce senza equivoci- per un’Italia diversa. La politica dei palazzi è arrivata seconda, benché i giornali e i commenti multimediali abbiano discettato di critiche, strategie e di risvolti geo-economici utili sostanzialmente a riportarla in primo piano. Il calendario deciso a Bruxelles e condiviso da molte delle cancellerie occidentali continuerà a scontare opposizioni e ritardi - ci si augura- senza perdere la bussola, laddove il dibattito servirà a migliorare le scelte. Sul fronte ucraino, la guerra registrerà i sanguinosi colpi di coda, che precedono la definizione delle tregue, mentre le logiche russe e americane stanno indebolendo ulteriormente chi ha subito l’aggressione. L’Europa, unica alleata di Kyiv, contro una soluzione ingiusta contro la pace, sarà tanto più forte nel suo ruolo, quanto più sarà coesa, riuscendo a far sentire la sua voce. Nel ritrovato valore della cittadinanza attiva, ci si aspetta che anche il nostro paese faccia la sua parte. Gli equilibrismi impossibili, come dimostra la piazza di Belgrado, non possono continuare all’infinito. Pace, libertà e giustizia sono i nostri valori fondamentali. Serve farne tesoro. Le sfide aumentano. Il pacifismo dell’ignavia e il rifiuto del cambiamento non fanno futuro.
Pubblicato su La Gazzetta del Mezzogiorno del 17 marzo 2025