Con una firma su un foglio di carta, il presidente Trump ha disposto la cancellazione della libertà di ricerca e dei programmi federali sulla diversità, l’uguaglianza e l’inclusione rispetto al diritto allo studio.
Quest’anno, l’equinozio di Primavera è arrivato in anticipo secondo il nostro calendario gregoriano: il 20 marzo, non il 21. La fine dell’inverno, da tempi immemorabili, è l’inizio della nuova vita e dunque della speranza. Non per gli Stati Uniti e non per noi. Con una firma su un foglio di carta, il presidente Trump ha disposto la cancellazione della libertà di ricerca e dei programmi federali sulla diversità, l’uguaglianza e l’inclusione rispetto al diritto allo studio. E libero studio significa libertà di pensiero.
La scusa, assecondando elettorato più retrivo, è stata la riduzione delle spese e dell’impatto federale a beneficio della sovranità dei singoli stati americani. Quasi un paradosso: mentre l’Europa vive la sua grande occasione di diventare soggetto politico e non la coglie, Trump indebolisce la sua Federazione. L’executiveorder firmato nella Sala Ovale della Casa Bianca, nella triste coreografia di piccoli banchi per bambini ignari che facevano altrettanto, non può abolire però il Dipartimento dell’Istruzione, perché la Costituzione americana lo impedisce. Il segnale è fortissimo. La prima democrazia dell’era moderna, oggi sotto la guida di un tycoon immobiliarista, tradisce finalmente in modo plateale la democrazia a cominciare dalle radici, dai figli. Trump ufficializza la sua visione del futuro, autoritaria, senza libertà e senza giustizia. Fondi pubblici tagliati, riduzione abnorme del personale, più competenze ai singoli stati americani, liberi di accentuare la geografia dell’istruzione a macchia di leopardo del Paese, a pagamento, dunque a danno di chi non può pagare. Un mondo controllato, guidato da oligarchi (che significa governo di pochi) ricchi e fedeli alla corte del sovrano.
Il solito Alexis de Tocqueville, l’aristocratico conservatore francese diventato una delle voci più importanti del pensiero liberale dell’800, giusto due secoli fa lasciava la Francia, insofferente all’ancienrégime autoritario in cui era cresciuto, per studiare l’America e il suo sistema straordinario, dove ciascuno poteva contare in base ai propri talenti. Imbevuto delle dottrine di Voltaire, Montesquieu, Rousseau elaborò il senso della democrazia, intuendone il pericolo nel dispotismo causato dalla mediocrità e dalla passività delle maggioranze di governo, da bilanciare con la forza del sapere ovvero con la formazione, che favorisce il libero associazionismo politico e sociale per costruire una società migliore nel fine ultimo della felicità.
Negli States, attratti dal multiculturalismo che ne era l’emblema e dalle borse di studio, sono approdati ricercatori da tutto il mondo. Soprattutto europei, tanti italiani, ma anche cinesi, indiani, sudamericani, africani, perfino russi e groenlandesi. Era la «politica delle porte aperte», un melting pot di scienza e pensiero accessibile, come oramai non sarà più. Chiunque sia cresciuto con questi valori, che hanno fatto grande il nostro Paese e l’Europa non può che rimanere annichilito, purtroppo però non sorpreso. Negli ultimi due mesi pazzi di Trump, affiancato da Musk e dai colossi dell’I-tech, i principi sono diventati coriandoli e sono salite le barriere. La tragedia della guerra che non cerca soluzioni giuste, le uniche che possono costruire la pace, nel dispotismo del governo filo trumpista di Netanyahu, non più a danno dei derelitti palestinesi ma oramai degli stessi israeliani o il cinismo di Putin, che aspetta sulla riva della Moscova il passaggio del cadavere ucraino, ancora affamato di nuove conquiste a scapito dell’Europa, ne sono la fotografia brutale.
Si aggiungono, in un elenco per difetto, l’autoritarismo di Erdogan, che fa arrestare ad Istambul il suo antagonista politico e anche quello (poco raccontato) degli autocrati africani, ad esempio il ruandese Paul Kagame, presidente a vita, che finanzia i tagliagole del gruppo M23, con le risorse della Repubblica Democratica del Congo. E pare che proprio a Trump si siano rivolti i congolesi per barattare una quota delle loro immense ricchezze minerali in cambio di aiuto.
Dobbiamo allora rassegnarci all’ipocrisia del nostro piccolo mondo, che rinvia le soluzioni, stracciando intanto, al pari di altri, i valori della democrazia a cominciare da quelli sociali, come l’educazione, il diritto alla salute, il lavoro, per arrivare alla libera informazione? A questo proposito, significativi i risultati della commissione voluta dal presidente francese Macron, una commissione di esperti politici e culturali, che ha fatto il punto sullo stato dell’informazione. È stato certificato il caos informativo. In Francia, ma non solo in Francia la situazione è critica per almeno quattro ragioni: per i cittadini è diventato pressochè impossibile riconoscere la priorità delle notizie perché la marginalizzazione non dipende dalle notizie, è voluta; la stampa non informa ma polarizza le opinioni; la credibilità dei media tradizionali e delle fonti (esperti, opinionisti) è in caduta libera; la professione del giornalista è minacciata e così la libertà dei giornali.
Negli States, attratti dal multiculturalismo che ne era l’emblema e dalle borse di studio, sono approdati ricercatori da tutto il mondo. Soprattutto europei, tanti italiani, ma anche cinesi, indiani, sudamericani, africani, perfino russi e groenlandesi. Era la «politica delle porte aperte», un melting pot di scienza e pensiero accessibile, come oramai non sarà più. Chiunque sia cresciuto con questi valori, che hanno fatto grande il nostro Paese e l’Europa non può che rimanere annichilito, purtroppo però non sorpreso. Negli ultimi due mesi pazzi di Trump, affiancato da Musk e dai colossi dell’I-tech, i principi sono diventati coriandoli e sono salite le barriere. La tragedia della guerra che non cerca soluzioni giuste, le uniche che possono costruire la pace, nel dispotismo del governo filo trumpista di Netanyahu, non più a danno dei derelitti palestinesi ma oramai degli stessi israeliani o il cinismo di Putin, che aspetta sulla riva della Moscova il passaggio del cadavere ucraino, ancora affamato di nuove conquiste a scapito dell’Europa, ne sono la fotografia brutale.Si aggiungono, in un elenco per difetto, l’autoritarismo di Erdogan, che fa arrestare ad Istambul il suo antagonista politico e anche quello (poco raccontato) degli autocrati africani, ad esempio il ruandese Paul Kagame, presidente a vita, che finanzia i tagliagole del gruppo M23, con le risorse della Repubblica Democratica del Congo. E pare che proprio a Trump si siano rivolti i congolesi per barattare una quota delle loro immense ricchezze minerali in cambio di aiuto.Dobbiamo allora rassegnarci all’ipocrisia del nostro piccolo mondo, che rinvia le soluzioni, stracciando intanto, al pari di altri, i valori della democrazia a cominciare da quelli sociali, come l’educazione, il diritto alla salute, il lavoro, per arrivare alla libera informazione? A questo proposito, significativi i risultati della commissione voluta dal presidente francese Macron, una commissione di esperti politici e culturali, che ha fatto il punto sullo stato dell’informazione. È stato certificato il caos informativo. In Francia, ma non solo in Francia la situazione è critica per almeno quattro ragioni: per i cittadini è diventato pressochè impossibile riconoscere la priorità delle notizie perché la marginalizzazione non dipende dalle notizie, è voluta; la stampa non informa ma polarizza le opinioni; la credibilità dei media tradizionali e delle fonti (esperti, opinionisti) è in caduta libera; la professione del giornalista è minacciata e così la libertà dei giornali.
Pubblicato su La Gazzetta del Mezzogiorno del 24 marzo 2025