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Vi racconto il Myanmar, nella terra del sisma povertà e diritti sfregiati.

Anche nella tragedia, la dittatura di Yangoon, in piena guerra civile e di nuovo al potere dopo 60 anni, continua a nascondere la realtà o meglio a raccontare quello che più le fa comodo.

Appena un centinaio di morti nel terremoto in Myanmar. Le notizie di fonte birmana, nelle prime ore, minimizzavano. Nel mondo, i sismografi avevano annotato una scossa fortissima: 7.7. Le vittime ora si contano a migliaia. Aumenteranno. È una catastrofe.

Anche nella tragedia, la dittatura di Yangoon, in piena guerra civile e di nuovo al potere dopo 60 anni, continua a nascondere la realtà o meglio a raccontare quello che più le fa comodo. Ha chiesto aiuto alla comunità internazionale, nell’immensità di un disastro che non è assolutamente in grado di gestire, ma rimane inaccessibile dietro le alte mura delle sue infinite caserme, anche nella più moderna capitale Naypyidaw, una cyber city stile film di fantascienza, mimetizzata nella giungla. Gli oligarchi della Giunta militare vivono qui. Una città operativa solo da vent’anni, la cui collocazione è stata decisa dall’astrologo di un generale, nel centro esatto di un paese superstizioso, con modernissimi quartieri residenziali, collegati all’aeroporto, al comando militare ed allo Yedanabon Village, la Silicon Valley, servita da fibre ottiche. A Naypyidaw non si arriva senza permesso.

Cosa continua ad essere il Myanmar, nel guado del tempo? Cosa sta diventando? Paradossalmente, il terremoto potrebbe perfino aprire uno spiraglio di speranza. Chi scrive è stata in quel paese, indossando i panni della turista. All’insaputa del regime, ha intervistato Aung San Suu Kyi, benchè agli arresti domiciliari, icona intramontabile per il suo popolo. Ha avuto contatti con la resistenza, ha filmato ed osservato tutto ciò che era possibile, lo ha raccontato in Tv e scritto in un libro.

Eravamo e siamo di fronte ad una dittatura contemporanea, dunque ottusa, spietata, corrotta e tecnologica, almeno però non più granitica dopo il colpo di stato del 2020, che ha provocato la reazione armata di diverse etnie, per decenni condannate alla sopraffazione. L’orbita economica di riferimento resta quella cinese, ma il Myanmar, vicino all’India le rimane vicino, le armi e le tecnologie arrivano soprattutto dalla Russia e dai suoi partner. Gli Interessi dell’Est e dell’Ovest continuano dunque a transitare attraverso il paese, nell’ambito delle rispettive sfere di influenze e velocità e tutti fanno affari con i generali, valutando da ultimo di farlo con i gruppi armati. Potrebbe perfino esserci un cambio di governo o una situazione di condominio, se fosse funzionale agli interessi. Il peso politico dell’Europa, nell’ex-colonia britannica, oramai si è diluito. È mancato perfino il coraggio, dopo un’istruttoria sommaria, di difendere la grande protagonista di questa storia, la speranza del suo popolo, Suu Kyi. Gli Stati Uniti, impegnati su troppi fronti, già dai tempi del presidente Bush, hanno semplicemente ceduto al dinamismo delle tigri asiatiche.

La Birmania (Myanmar) è un Paese poverissimo e ricchissimo. La popolazione vive in media con due euro al giorno, i vertici militari si aumentano invece periodicamente gli stipendi. La leva volontaria è obbligatoria, c’è il lavoro forzato nelle cave e nelle miniere, mancano gli ospedali, e così le scuole. Le ragazze delle etnie che non sono birmane vengono rapite, stuprate, avviate alla prostituzione, rapiti anche i bambini per arruolarli nelle file dell’esercito. La corruzione è endemica, i traffici illeciti: droga (quando i contadini coltivavano i campi, c’era l’oppio ora dilagano le metanfetamine); armi, soprattutto per controllare lo spazio aereo, droni e aerei pagati senza ricevuta all’Iran, sistemi computerizzati, intercettori e centrali di ascolto di varia provenienza. Pietre preziose, in particolare i rubini, negoziati sul mercato nero. Ci sono poi le tangenti sulle forniture di combustibili fossili, gas e petrolio, la tratta dei clandestini, l’esproprio nazionale delle terre attribuite alle diverse etnie. Da ultimo, la Giunta militare che con successo interpreta da trent’anni una storia di saccheggi autorizzati, ha scoperto le terre rare.

Lo scorso anno, l’importazione cinese di terre rare pesanti dal Mayanmar ha superato ogni record. Non arrivavano a 20 mila tonnellate nel 2021; alla fine del 2023 superavano le quarantunomila per un valore di un miliardo e mezzo di dollari. Non si adoperano cautele nella lavorazione. Le sostanze tossiche impiegate per estrarle hanno già avvelenato i corsi d’acqua, i terreni non producono più, la vegetazione si è seccata. Uomini e donne hanno problemi respiratori, alla pelle, ai reni, gli organi interni diventano marci. Le estrazioni raddoppiano di anno in anno, si estraggono soprattutto nel Kachin ovvero ai confini con la Cina, dove infuriano i combattimenti tra i gruppi armati pro e contro il governo, garantendo a miliziani e militari immense fonti di reddito. Non se ne parla. Il terremoto, probabilmente accenderà una luce. Emergeranno i crimini e i bisogni. In particolare, sarà evidente il deserto delle infrastrutture pubbliche, che non potranno aiutare la popolazione a ricostruire ciò che il sisma ha distrutto, curando i feriti ed allontanando il fantasma del contagio. Da ricostruire tuttavia sarà soprattutto la speranza.

Nel 2019, Suu Kyi, a capo del suo movimento e leader del suo governo, dopo aver stravinto le elezioni, era stata accusata dagli oppositori, ma anche dall’Occidente e dalla Corte Internazionale di giustizia, di aver legittimato il genocidio della popolazione Rohingya, una minoranza di pelle scura di fede musulmana (se si evoca il genocidio, bisognerebbe piuttosto pensare al popolo cristiano di etnia Karen, perseguitato, torturato, vittima designata di ogni violenza). Era stata una condanna senza appello, che aveva cancellato di botto il suo impegno civile e politico, i lunghi anni di prigionia, perfino il premio Nobel ottenuto nel 1991. Una manovra indegna ma condivisa, che metteva da parte un personaggio scomodo per tutti. Vieppiù indecente, di fronte all’ipocrisia ripetuta nei casi di leader amici, magari potenti, affatto censurati per crimini commessi e verificati. Nel 2020, il suo popolo, che non aveva mai dubitato della dirittura morale di Suu Kyi, era tornato a votarla. Daccapo una vittoria schiacciante, ma con un colpo di mano dei generali sconfitti, Suu Kyi , era stata arrestata, mentre la comunità internazionale non alzava un dito. Ecco le sue parole per raccontarne la tempra. Sedeva giusto di fronte a chi scrive, appena a qualche centinaio di metri dai palazzi del potere birmano: «Non mi sono mai sentita prigioniera, né ho mai pensato di essere intoccabile. Faccio quello che devo fare per sostenere la causa della democrazia. Il resto…( it’s up to them) riguarda gli altri». Suu Kyi è tuttora in carcere, carcere duro. Lei non ha smesso di combattere. Ma serve aiuto.

Pubblicato su La Gazzetta del Mezzogiorno del 31 marzo 2025

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